La richiesta dei Sentinelli di Milano di rimuovere la statua di Indro Montanelli, situata in un parco pubblico a lui intitolato, ha generato una discussione da cui emerge come ancora oggi si faccia fatica ad ammettere che la mentalità maschilista in Italia sia quella predominante. Basta vedere i numerosi commenti sotto i post che si oppongono alla sua rimozione, dall’articolo di Beppe Severgnini sul Corriere alle forti prese di posizione provenienti dal mondo politico. Nessuno ha voluto guardare oltre la figura dell’uomo scrittore per analizzare ciò che la vicenda della compravendita (e stupro) di una bambina etiope simboleggia. La società che viviamo oggi è lo specchio di quegli anni: il genere maschile è ancora dominante sia negli ambienti che contano sia nella vita quotidiana, pur rappresentando ad oggi solo la metà della popolazione italiana; non è un caso che il matrimonio riparatore e il delitto d’onore siano stati aboliti solo nel 1981, poco meno di 40 anni fa.

Il ruolo “assegnato” alle donne in Italia

È un dato di fatto che oggi le donne abbiano difficoltà ad avere riconosciuto il loro posto all’interno della società e in particolare nel mondo del lavoro. Abbandonano prima il lavoro, vengono pagate di meno e su di loro ricade quasi esclusivamente la gestione dei lavori domestici. Il nostro Paese è molto indietro in termini di parità di genere; anche se il tasso di disoccupazione vede delle differenze modeste tra il genere maschile e quello femminile, il divario fra i due generi in termini di tasso di occupazione e di inattività è abbastanza eloquente:

Il grafico mostra i tassi di disoccupazione, occupazione e inattività di ciascun genere relativi all’anno 2019.
Fonte dati: http://www.istat.it

Esaminando i dati relativi agli ultimi anni, inoltre, si osserva che il differenziale nel tasso di occupazione tra i generi si acuisce all’aumentare dell’età: nel 2019, la percentuale di uomini lavoratori è superiore a quella delle donne lavoratrici, con una differenza che va dall’11% per la fascia d’età di 18-29 anni, al 22% per la fascia d’età di 45-54 anni. Quello che preoccupa è che queste percentuali sono lo specchio di quello che si osserva in termini di tasso di inattività: il differenziale va dal 12% per la fascia d’età di 18-29 anni fino al 23% per la fascia di 45-54 anni. Di conseguenza le donne lavoratrici sono di meno degli uomini lavoratori non tanto per la difficoltà nel trovare occupazione, ma perché decidono o sono obbligate ad abbandonare il mercato del lavoro. In effetti le donne escono mediamente molto prima dal mondo del lavoro e molte di queste abbandonano la loro carriera professionale nel momento in cui arriva il primo figlio. Infatti, mentre per il genere maschile il tasso occupazionale non varia significativamente all’aumentare del numero dei figli, totalmente diversa è la situazione femminile il cui tasso occupazionale diminuisce del 9% all’arrivo del secondo figlio e crolla del 24% dal terzo figlio in su.
Inoltre, l’inattività non si manifesta unicamente come scelta fra lavorare e non lavorare. Infatti, a parità di posizione occupazionale, le donne sottoscrivono la maggioranza dei contratti di lavoro a tempo parziale del nostro Paese, circa l’80%, mentre sottoscrivono soltanto il 37% del totale dei contratti a tempo pieno.
Il problema è evidente e i dati parlano chiaro: la presenza maschile nel mondo del lavoro è dominante rispetto alla presenza femminile; viceversa, la presenza femminile nel mondo della gestione domestica è dominante rispetto alla presenza maschile. Qualcuno potrebbe sostenere che si tratta di una libera scelta delle parti, ma qui interviene una circostanza ormai nota: a parità di ore lavorate e di posizione professionale del settore privato le donne vengono pagate circa il 30% meno dei loro colleghi uomini.
Per questo motivo vi chiedo: se oggi voi foste una famiglia italiana, e il vostro compagno/a guadagnasse più di voi, con un contratto migliore, chi “deciderà” di abbandonare il lavoro, o accettare un contratto a tempo parziale, nel caso in cui fosse necessaria la presenza fisica di uno dei due all’interno delle mura familiari? In una società in cui la figura femminile è svantaggiata e quella maschile privilegiata, la risposta sarà sempre la stessa.

La nostra lettera scarlatta

Non riusciremo a risolvere il problema senza la volontà di affrontarlo. Viviamo in una società che ha mantenuto aspetti patriarcali: la società viene vista in funzione dei bisogni e delle necessità degli uomini eterosessuali. Non c’è da stupirsi, quindi, se quando pensiamo alle donne abbiamo in mente l’immagine della madre che cura il focolare domestico, mentre il ruolo assegnato alla figura maschile è quello del “buon padre di famiglia” che porta a casa lo stipendio.
Viene difficile pensare a un futuro diverso per l’Italia se ancora oggi veniamo giudicate dalla società per quello che diciamo, per come ci vestiamo, perché non ci trucchiamo, perché non vogliamo diventare madri, perché non vogliamo sposarci, perché semplicemente vogliamo essere noi stesse. Molte di noi sono cresciute in un ambiente in cui l’essere “femmina” poteva essere utilizzato sia come scherno per additarci come il lato debole, sia come modello per intimarci di essere in linea con quello che la società si aspettava da noi: l’essere tendenti alla perfezione e all’ideale per il genere maschile. Viviamo costantemente all’interno di schemi che sono il frutto della nostra storia recente e rappresentano il fondamento della nostra società, di cui gli uomini e le donne sono ugualmente responsabili. Non si tratta quindi di revisionare la figura dell’uomo Indro Montanelli, ma di riconoscere che la sua statua simboleggia una questione ancora aperta.
Se oggi non proviamo a ribaltare o almeno mettere in discussione la nostra società fortemente patriarcale e il nostro modo di pensare, con gli uomini in prima fila, che tipo di futuro stiamo costruendo?

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