
Fra mascherine e qualche focolaio nelle località turistiche, l’estate è trascorsa in modo relativamente normale. I più fortunati di noi hanno avuto la possibilità di staccare la spina al cervello, in parte come risposta psicologica (e fisiologica) ai difficili mesi di lock down, in parte con la giustificazione di un sommario “liberi tutti” da parte del Governo italiano.
Non è un caso però che proprio negli ultimi giorni della stagione siamo chiamati a riconnetterci con la realtà per un referendum che all’apparenza sembra poco importante, ma che ha una forte valenza politica.
Fra le mille ragioni ideologiche del Si e del No, questo articolo vuole soffermarsi sulle posizioni prese in merito dai nostri rappresentanti in Parlamento; con il nostro primo articolo abbiamo già discusso del referendum come strumento di competizione fra partiti e anche in questo caso la nostra classe politica ci ha dimostrato che spesso le ideologie, in Parlamento, sono bandiere che sfruttano il favore del vento. In un contesto di questo tipo, l’elettorato può votare per considerazioni ideologiche o per appartenenza alla maglia.
Un plebiscito in Parlamento…
Il 20 e il 21 settembre l’elettorato è chiamato infatti a votare per la conferma della legge costituzionale che intende ridurre il numero dei deputati da 630 a 400 e il numero dei senatori da 315 a 200.
L’ormai celebre “taglio dei parlamentari” nasce come cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, desideroso di colpire la “casta” eliminandone sprechi e privilegi. Già nel famoso contratto per il Governo del Cambiamento veniva dunque messa nero su bianco la volontà del primo partito in Parlamento, e dell’allora alleata Lega, di una riduzione del numero dei parlamentari in favore di una presunta maggiore efficienza e celerità delle Camere e di una riduzione della spesa pubblica.
L’iter di approvazione della legge costituzionale è iniziato nel Febbraio del 2019. La legge ha superato le prime tre letture con l’approvazione dei parlamentari del M5S, della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia; le forze politiche di PD, LeU, + Europa hanno invece manifestato il loro voto contrario. A seguito di un’estate 2019 alquanto movimentata che ci ha consegnato una nuova alleanza fra M5S e PD, la quarta e ultima votazione ha visto il testo approvato alla Camera dei Deputati con la maggioranza bulgara di 553 voti favorevoli, la quale ha evidenziato l’approvazione da parte di tutte le forze politiche, comprese quelle che prima si erano dichiarate contrarie.
…che in realtà è l’ennesimo scaricabarile
Dato che la votazione favorevole in seconda lettura in Senato è stata inferiore ai due terzi è stato possibile richiedere un referendum confermativo e passare dunque la patata bollente all’elettorato.
Di patata bollente si tratta a tutti gli effetti, perché la riforma che siamo chiamati a confermare o rigettare ha un forte sapore di vendetta del cittadino nei confronti del parlamentare corrotto; praticamente nessuno dei deputati ha avuto l’ardire di schierarsi in Camera contro la riforma: sarebbe infatti stato immediatamente additato (anche e soprattutto dai colleghi) come uno dei membri della casta che non vuole rinunciare alla propria poltrona, il leitmotiv del nuovo millennio.
Ci sta provando dunque l’elettorato a dare corpo e idee a un dibattito che per molto tempo è rimasto vuoto, fornendo un assist a porta vuota a quei parlamentari che fino a quel punto erano rimasti in silenzio. E proprio quando figure illustri (e competenti in materia) fra l’elettorato hanno messo in discussione la bontà della riforma, sono emersi come funghi, dal sottosuolo, i deputati sostenitori del No.
La mancanza di responsabilizzazione del politico italiano la vediamo in queste situazioni. Guardando ai fatti e analizzando cosa è successo in Parlamento, le forze politiche dovrebbero mostrarsi compatte e favorevoli alla riforma, eppure stiamo assistendo a un teatrino che svilisce la classe politica italiana. Nei giorni in cui dovrebbero dimostrarci il reale valore del Parlamento, si comportano in un modo che scredita cosa succede dentro quest’ultimo. Ci stanno dimostrando che le loro scelte sono determinate esclusivamente da un ritorno politico e la cosa sta assumendo risvolti tragicomici.
Ovviamente non tutta la situazione è da buttare. Noi siamo sempre favorevoli alla scelta di chiamare in causa l’elettorato quando si deve prendere scelte complesse. È il modo con cui si è arrivati a questa scelta che infastidisce.
Per il M5S è uno scontro a eliminazione diretta
Un altro fatto è che, riguardo questo referendum, l’unica forza politica realmente compatta e coerente è risultata essere il M5S.
Questo apre al principale risvolto pratico che potrebbe portare questo referendum: se, nel 2016, la riforma Renzi-Boschi è stata personalizzata nella figura dell’allora Presidente del Consiglio, il prossimo referendum è inevitabilmente “partiticizzato” nel M5S. Sappiamo tutti come è andata a finire in quel caso e qualcosa di simile potrebbe riproporsi nei prossimi giorni. Il nostro voto, inevitabilmente, rafforzerà o spingerà nel burrone la principale forza politica in Parlamento.
Vogliamo dunque chiudere con una domanda aperta, che noi ci porteremo fin dentro la cabina elettorale sperando di trovare una risposta quando impugneremo la matita: in un contesto in cui i nostri rappresentanti politici si comportano come bandiere, il cittadino deve votare per ideologia o per la sua squadra preferita?
